29 luglio 2014 / 14:33 / 3 anni fa

Italia, in 2013 bene manifattura, faticano gruppi pubblici, crollo servizi-R&S

MILANO, 29 luglio (Reuters) - Una manifattura privata che mostra segni inequivocabili di resilienza, un‘industria pubblica che arranca e un settore dei servizi in ginocchio.

E’ questa la fotografia dei grandi gruppi industriali quotati che emerge dall‘indagine R&S 2014 di Mediobanca.

Nel panel dei quaranta gruppi industriali sono entrati Brembo, De’ Longhi, Prada e Safilo , mentre sono usciti Beni Stabili, Saras e Gemina.

Il fatturato dei grandi gruppi industriali nel 2013 è sceso del 5% su base annua. Guardando dentro al dato si nota la tenuta del manifatturiero (+1,5%) - settore resiliente e che, sottolinea Mediobanca, fornisce segnali di ottimismo - mentre cadono i servizi (-9,9%).

La manifattura privata va bene soprattutto fuori dai confini italiani (inteso come fatturato prodotto all‘estero): +2,4%, con un‘incidenza del 90,7% sul giro d‘affari complessivo.

CRISI EDITORIA, TELECOM ANNASPA

Guardando al fatturato 2013 rispetto all‘anno precedente, ottime le performance di Recordati (+13,8%), Campari (+13,6%) e Brembo (+12,7%), mentre spiccano le flessioni di Telecom Italia (-20,6%), Iren (-19,7%) e Rcs MediaGroup (-17,7%).

Telecom, Fininvest e gli altri gruppi editoriali (Rcs e la galassia De Benedetti) sono in gran parte responsabili dei numeri pessimi del settore dei servizi, in termini di fatturato, margini e utili. In particolare, si legge nel rapporto, guardando a Roi e Roe, l‘anno scorso i servizi sono stati l‘unico settore a distruggere ricchezza.

Nello specifico, Rcs, Cofide e Fininvest hanno registrato le performance peggiori in termini di Roe: rispettivamente -62,4, -19,5 e -14,3. La classifica è guidata da Exor (42,9), seguita da Prada (30,5) e Brembo (26,5).

I primi tre mesi del 2014 consegnano segnali contrastanti. L‘aggregato riporta una flessione del fatturato (2,8%), un recupero dei margini industriali (+3,1%) e una flessione evidente del risultato netto (7,4%). I gruppi pubblici subiscono una maggiore flessione delle vendite (7,6%), ma realizzano incrementi di margini industriali (+5,6%) e risultato netto (+4,4%). I gruppi privati non manifatturieri regrediscono su tutti i fronti, confermando la fase negativa: vendite in calo del 5,2%, margini dell‘1,6% e utili del 31,3%.

NON SI CREA OCCUPAZIONE, MA CRESCE COSTO DEL LAVORO

La crisi complessiva (in termini di produzione, consumi, occupazione) in Italia è sintetizzata da un dato: dal 2009 il fatturato manifatturiero all‘interno dei nostri confini è arretrato del 27%. Una dinamica che stride se confrontata con le altre aree geografiche: +14% il resto dell‘Europa, quadruplicate le vendite in Nord America, triplicate quelle nelle Americhe, +70% in Asia e resto del mondo.

Occupazione stagnante nel 2013, ma con un incremento nel manifatturiero: +4,2%. Attenzione, però: nella manifattura crescono i lavoratori all‘estero (+5,8%), mentre in Italia il segno è meno (-0,1%).

Nonostante l‘invariabilità degli occupati, spiega Mediobanca, il costo del lavoro cresce più della produttività, una dinamica che si traduce in una perdita di competitività. Ancora una volta, solo nella manifattura privata dal 2009 la produttività (+10,4%) ha sostanzialmente tenuto il passo del costo del lavoro per addetto (+10,9%).

Il rapporto tra debiti finanziari e capitale netto (111,5%) è complessivamente sotto controllo, anche alla luce della buona liquidità (cassa e titoli sono saliti al 28,8% del debito finanziario nel 2013 dal 19,6% del 2009), sebbene non manchino le situazioni critiche.

Il rapporto tra oneri finanziari e margine industriale nel periodo 2009-2013 evidenzia la situazione di squilibrio di Finmeccanica (297%).

Emerge il trend di disintermediazione del credito dalle banche. La quota di obbligazioni sul debito a medio lungo termine, infatti, nel 2013 è salita al 70,3% dal 56,2% del 2009. E sono stati soprattutto i gruppi pubblici ad emettere bond: la percentuale è balzata al 79,2% dal 56,6% del 2009.

ENI, ENEL & CO CASH COW PER L‘AZIONISTA PUBBLICO

Le aziende a controllo pubblico si confermano delle vacche da mungere: dal 2009, infatti, Stato e amministrazioni locali hanno incasssato dividendi per 11,9 miliardi, di cui 5,7 miliardi da Eni e 3,1 miliardi da Enel. Ovviamente, la fame di dividendi degli azionisti pubblici penalizza gli investimenti, come testimonia l‘andamento degli indicatori (fatturato, margini, utili e occupazione) delle aziende, in particolare di quelle del settore energetico (che sostanzialmente coincide con il settore pubblico).

Se si guarda al dividend yield del periodo 2009-2013, infatti, a parte Impregilo (11,9%, ma è un dato ‘drogato’ dalla maxi cedola del 2012), praticamente tutti i gruppi pubblici (oltre ad Eni ed Enel figurano Terna, Iren, Snam ed Hera ) si collocano sopra al 6% e monopolizzano le prime posizioni della classifica, con l‘eccezione di Marr (7,6%).

Il destino di cash cow delle società pubbliche trova conferma se si analizza l‘andamento degli utili nel periodo 2009-2013: stravince Eni (30,5 miliardi), seguita da Enel (18,2 miliardi), Snam (4,3 miliardi) e Terna (2,8 miliardi). In rosso Telecom (-2,4 miliardi), Finmeccanica (-2 miliardi) e Rcs (-1,2 miliardi).

(Massimo Gaia)

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