29 gennaio 2013 / 12:27 / tra 5 anni

Federacciai: produzione vista ancora piatta in 2013,su Ilva serve processo

di Giancarlo Navach

MILANO (Reuters) - La produzione di acciaio in Italia nel 2013 è attesa in linea a quella del 2012 intorno ai 27 milioni di tonnellate, ma potrebbe scendere sotto questa soglia qualora l‘euro dovesse continuare a essere forte nei confronti del dollaro.

E’ questa la previsione fatta dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, nel corso della sua prima conferenza stampa da quando si è insediato ai vertice dell‘associazione lo scorso giugno. Gozzi ha anche auspicato che l‘Ilva di Taranto non chiuda e che si faccia il processo per accertare le responsabilità.

“Il 2013 è atteso in linea al 2012 (27,2 milioni di euro di produzione -5,2% sul 2011, ndr), ma la produzione potrebbe scendere sotto 27 milioni a causa della vicenda valutaria. Nel 2012 la crisi è stata attutita solo grazie alle esportazioni. I forti rischi di svalutazione del dollaro e di rivalutazione dell‘euro per un paese come il nostro peseranno”, ha detto Gozzi.

Le stime di Gozzi non tengono presente gli effetti della crisi dell‘Ilva di Taranto. “Fino a oggi l‘Ilva, nonostante lo stop and go, ha cercato di andare avanti con la produzione, se la situazione si risolve l‘Ilva produrrà fra 6-7-8 milioni di tonnellate se, invece, la situazione si incancrenisce dai 27 milioni di tonnellate prodotte nel 2012, considerate che quasi 8 vengono da Taranto”, ha aggiunto Gozzi.

La crisi morde ancora e si fa sentire in maniera pesante sul settore: rispetto ai picchi toccati nel 2007-08 la domanda europea è scesa del 30-35%, mentre in Italia solo negli ultimi due anni la domanda interna è calata del 40% in tutti i comparti, sia nei prodotti lunghi utilizzati nell‘edilizia sia in quelli piani utilizzati per le auto.

Come se ne esce? Secondo Gozzi, “ci sarebbe bisogno di una razionalizzazione soprattutto fra quelle che producono il tondo di cemento armato, non solo attraverso dei merger ma anche con chiusura di impianti privilegiando quelli a maggiore efficienza”

Gozzi non ha dubbi che l‘Italia debba continuare a produrre acciaio: “Non esiste un solo grande paese industriale al mondo che non abbia produzioni siderurgiche, pensare che si possa fare a meno è stupido e irrealistico”. Certo, sostiene, bisogna farlo compatibilmente con la salvaguardia dell‘ambiente, “servono investimenti e lavori a lungo termine, come è accaduto all‘impianto a ciclo integrale di Linz in Austria di Voestalpine”, ha aggiunto.

ILVA, GOZZI SPERA NON CHIUDA E CHE SI VADA A PROCESSO

“Spero che l‘Ilva di Taranto non chiuda e che si restituiscano all‘Ilva i suoi prodotti per continuare ad operare e realizzare il risanamento ambientale”, ha aggiunto Gozzi, sottolineando come lo stabilimento di Taranto - al centro di un‘inchiesta per disastro ambientale - sia omogeneo a quelli a ciclo integrale europei.

Gozzi cita gli esempi di Francia gli impianti di Dunkerque e Fos sur mer a Marsiglia, dell‘Inghilterra a Teesside e Port Talbot, del Belgio, dell‘Olanda, della Germania a Duisburg, della Spagna nelle Asturie e, infine, quello di Linz “il modello a cui bisogna guardare” sul fronte del risanamento ambientale dopo 20 anni di bonifica.

Il presidente di Federacciai si augura che sul caso Ilva “ci sia un processo per confrontare perizie e contro perizie”. La famiglia Riva proprietaria non ha proprio nessuna colpa?, gli è stato chiesto: “In questa vicenda l‘azienda ha avuto molti limiti, va pure detto però che una persona di 86 anni, Emilio Riva, è agli arresti domiciliari da sei-sette mesi e questo non agevola la soluzione della vicenda”.

Inoltre, sono stati commessi errori dal punto di vista della comunicazione, come quello di non portare una propria perizia di parte all‘incidente probatorio: “Secondo una recente rilevazione dell‘Istituto Mario Negri di Milano a Taranto non c‘è più diossina che in qualsiasi altra città italiana, questo perché non lo dice nessuno?”.

Sostiene Gozzi, “il gruppo Riva da quando ha privatizzato la società ha guadagnato 4,2 miliardi e ne ha investiti nell‘Ilva di Taranto 4,5 miliardi, più di quanto il gruppo ha guadagnato in questi anni e di questi oltre un miliardo per l‘ambiente. I Riva avranno molte colpe, ma cosa si deve chiedere a un imprenditore se non di reinvestire quello che guadagna in tutte le sue aziende? Non vorrei che senza un processo la partita dell‘Ilva e dei Riva sia già chiusa”.

E infine: “A Taranto colpisce che per 30 anni non si è fatto niente, i magistrati hanno svolto una funzione di supplenza sulle passività della politica e poi si è diventati più papisti del papa”.

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