30 gennaio 2009 / 14:23 / 9 anni fa

Pensioni, al momento nessun intervento massiccio - fonte governo

di Francesca Piscioneri

ROMA, 30 gennaio (Reuters) - Il governo italiano non ha intenzione di rimettere mano all‘intero sistema previdenziale, almeno per i prossimi due anni. Sul piatto ci sono gli interventi già noti: il taglio dei coefficienti di trasformazione dal 2010 e l‘innalzamento - sia pure graduale e volontario - dell‘età di pensionamento di vecchiaia per le donne nel settore pubblico, per rispondere alla condanna europea.

Lo riferisce una fonte governativa esperta della materia analizzando la sortita di ieri del ministro dell‘Economia, Giulio Tremonti, secondo il quale riforme struttuali del Welfare e delle pensioni sono necessarie.

“Non c’è niente a parte l‘adeguamento alla sentenza Ue sulle donne. Lo ha ripetuto costantemente anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi”, ha detto la fonte.

Oggi le donne possono andare in pensione di vecchiaia a 60 anni e gli uomini a 65. Una sentenza della Corte europea ha chiesto all‘Italia di armonizzare l‘età nel settore pubblico.

Oltre a questo c’è, come annunciato nei giorni scorsi dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi, l‘adeguamento dei coefficienti di trasformazione dal 1 gennaio 2010, ha aggiunto la fonte spiegando anche il perché.

“Non è un problema di opportunità politica, basti pensare che lo stesso leader del Pd, Walter Veltroni, ha aperto sui coefficienti. Si tratta di una difficoltà oggettiva perché con la crisi in atto le pensioni servono anche come ammortizzatore sociale nei numerosi casi di cig, dunque non ha senso un ulteriore innalzamento dell‘età”.

E’ opportuno notare che lo scalone proposto dalla riforma Maroni poi abolita (60 anni secchi come età minima per lasciare il lavoro), avrebbe portato un risparmio di 10 miliardi annui - piatto ricco per i conti pubblici italiani afflitti da un debito record - mentre l‘attuale sistema degli scalini costa 1 miliardo all‘anno per 10 anni.

COEFFICIENTI ED ETA’ VECCHIAIA NELLA PA

Ieri, partecipando al ‘World economic forum’ di Davos, Tremonti ha detto, secondo quanto riferito dai media: “Sappiamo di avere bisogno di riforme strutturali: il welfare e le pensioni sono da riformare”.

Spiega la fonte che “Tremonti, come qualunque altro uomo di governo, rispondendo alla domanda se fossero necessarie le riforme strutturali ha detto di sì. Certo, che fra uno-due anni si potrà mettere mano al sistema, è una cosa da manuale. Ma per oggi non c’è nulla”.

L‘attuale regime prevede che dal 2008 sia possibile andare in pensione a 58 anni (da 57 con 35 anni di contributi). Dal 2009 in avanti sarà introdotto un mix di età e quote per arrivare nel 2013 a quota 97, con età minima a 61 anni.

La riforma Dini del 1995 prevedeva che ogni 10 anni, tenendo conto delle aspettative di vita e dell‘andamento dei salari, andassero rivisti i coefficienti di trasformazione, una sorta di moltiplicatore che contribuisce a determinare l‘assegno previdenziale.

Di fatto ridurre i coefficienti significa tagliare l‘assegno. Il precedente nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale aveva proposto un taglio del coefficiente fra il 6 e l‘8%.

La riforma del governo Prodi prevedeva l‘istituzione, mai avviata, di una commissione per i coefficienti e la revisione triennale degli stessi. Scaduti i termini per l‘insediamento della commissione, il taglio sarà automatico.

Il governo sta anche lavorando alla razionalizzazione degli enti previdenziali [Inps, Inail e Inpdap] con l‘obbiettivo di garantire il risparmio di 3,5 miliardi in dieci anni previsto dalla riforma del precedente governo di centrosinistra.

L‘intervento potrebbe arrivare per marzo, quando scadono i vertici degli enti.

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