2 dicembre 2010 / 14:33 / 7 anni fa

Dta, se lorde impatto su Intesa, UniCredit più di Europa-Bocconi

* Da deduzioni per Dta lorde -100 bp su Core Tier 1 campione

* Per le due italiane impatto lievemente più penalizzante

* Si va verso deduzione Dta lorde non nette da common equity

* Per 31/12 da Comitato Basilea studio impatto, 'rule text'

di Valentina Za

MILANO, 2 dicembre (Reuters) - Se per le deduzioni dal 'common equity' imposte da Basilea 3 sulle attività fiscali differite si considerano queste ultime al lordo delle passività fiscali, le prime due banche italiane risultano più penalizzate, in termini di impatto sul Core Tier 1, rispetto alla media di un campione che include anche i primi due gruppi di Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna.

E' quanto emerge dalla presentazione di uno studio dell'Università Bocconi che aggiorna così l'esito - opposto - di una simulazione analoga effettuata utilizzando le attività fiscali al netto delle passività e che, come anticipato a Reuters nei giorni scorsi [ID:nLDE6B00Y3], si traduceva in una penalizzazione minore per tutto il campione e, in particolare, vedeva Intesa Sanpaolo (ISP.MI) e UniCredit (CRDI.MI) sotto la media. Considerare le Dta (Diferred tax asset) lorde, invece che quelle nette, sembra però più conforme all'orientamento che appare destinato a prevalere a livello internazionale nell'applicazione delle relative deduzioni dal 'common equity' richieste da Basilea III.

Presentando lo studio oggi in Bocconi, Andrea Resti, responsabile del Center for Applied Research in Finance, ha spiegato che l'impatto medio legato alle 'Dta' è pari a un peggioramento del Core Tier 1 di circa un punto percentuale, con "effetti leggermente più pesanti" per le banche italiane.

Il range dei valori dell'impatto va da 1 a 196 punti base.

Le 'deferred tax asset' sono attività per imposte anticipate e Basilea III impone che vengano dedotte dal common equity, in toto se derivano da perdite o per la parte che supera una franchigia del 10% se derivano da sfasamenti temporali.

A quest'ultima categoria sono riconducibili la maggioranza dei crediti fiscali vantati dalle banche italiane, legati al fatto che le perdite su crediti si possono dedurre in minima parte (0,3% del portafoglio crediti) il primo anno mentre la restante parte si ammortizza sui successivi 18 anni.

Lo studio Bocconi prende in considerazione anche le deduzioni legate alle quote detenute da terzi nel capitale di società finanziarie controllate.

Se considerate congiuntamente, queste due tipologie di deduzione (non sono le uniche voci che Basilea III impone di scorporare dal 'common equity') determinano in media, secondo lo studio, una riduzione del Common Equity Tier 1 ratio di 160 punti base.

Se si applicano queste deduzioni ai valori di bilancio di fine 2009, si legge nelle slide di presentazione dello studio, cinque dei 10 gruppi bancari del campione - tra cui Italia e Spagna - scenderebbero sotto il 'capital conservation buffer'.

Quest'ultimo è un cuscinetto del 2,5% che si somma al requisito minimo del 4,5% imposto al 'common equity' (capitale ordinario e riserve) la cui erosione comporta vincoli alla facoltà di distribuire dividendi.

A fine 2009 UniCredit aveva un Core Tier 1 dell'8,47% e Intesa Sanpaolo del 7,1%. Il Core Tier 1 è solo rozzamente sovrapponibile al 'common equity' la cui definizione è più restrittiva.

Entro fine anno dovrebbe essere il Comitato di Basilea a pubblicare l'esito di un studio d'impatto delle nuove regole, presentato risultati aggregati a livello europeo. Lo ha detto durante il suo intervento Giuseppe De Martino del servizio normativa e politiche di vigilanza di Banca d'Italia.

De Martino ha aggiunto che sempre entro fine 2010 dovrebbe arrivare anche un 'rule text' di maggiore dettaglio con le linee d'applicazione dei principi contenuti nei comunicati del Comitato di Basilea e della struttura che lo presiede, il Group of Governors and Heads of Supervision.

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