11 giugno 2010 / 15:16 / tra 7 anni

SINTESI-Ue/Usa contrari a uscita paese da euro,attenti yuan-Bini

(riscrive, accorpa più pezzi, aggiunge dichiarazioni)

di Francesca Landini e Giancarlo Navach

VENEZIA/MILANO, 11 giugno (Reuters) - L‘uscita dalla zona euro di un paese in difficoltà avrebbe costi molto elevati per tutti, paesi creditori inclusi.

Questa è la considerazione che ha spinto i paesi europei a scegliere la via del consolidamento fiscale per Atene e tutti gli altri, accompagnata da riforme strutturali e dal rinnovamento del Patto di stabilità. E su questa linea l‘Europa ha trovato una sponda anche negli Stati Uniti.

Lo ha spiegato Lorenzo Bini Smaghi, membro del consiglio esecutivo della Bce in un discorso preparato per il meeting del ‘Consiglio per gli Stati Uniti e l‘Italia’.

“Le ipotesi presentate da alcuni rispetto alla possibilità che un paese abbandoni l‘euro o riguardo alla ricostituzione della zona euro in forma ridotta avrebbero effetti fortemente negativi su tutti, sia che si tratti di creditori netti sia di debitori netti”, ha detto Bini Smaghi.

“L‘impatto sarebbe ben più costoso che l‘approccio alternativo - standard - che prevede di attuare un rigido piano di consolidamento fiscale in tutti i paesi, iniziando dalla Grecia”.

Il consensus di G7 e G20 sul piano europeo “deriva dalla convinzione che i mercati finanziari sarebbero seriamente colpiti da un evento che mette in dubbio la solvibilità di un paese avanzato”, ha detto Bini Smaghi, aggiungendo che “questo è il motivo per cui i nostri partner - in particolare gli Stati Uniti - hanno fortemente sostenuto l‘azione del Fondo monetario, che ha fornito alla Grecia il più alto finanziamento della storia se paragonata alla quota del paese nel capitale Fmi”.

AUSTERITA’ NON BLOCCHERA’ CRESCITA EUROPA

Le misure di austerità adottate in Grecia e negli altri paesi della zona euro potrebbero deprimere a tal punto la crescita in modo da innescare una spirale negativa tra debito e Pil che farebbe deragliare il risanamento, dicono alcuni.

“Mi sembra che le ipotesi necessarie perchè si verifichi questa spirale siano piuttosto eccezionali”, ribatte il banchiere centrale. Tuttavia, Bini Smaghi riconosce che in futuro probabilmente la Germania crescerà maggiormente dei paesi dell‘Europa meridionale impegnati a risanare i propri bilanci.

“Stiamo andando verso una situazione in cui la Germania crescerà di più e i paesi dell‘Europa del Sud cresceranno meno”, ha detto, parlando con i giornalisti dopo l‘intervento.

Circa le manovre correttive Bini ha spiegato che “se tu prendi misure in anticipo è probabile che avrai meno effetti sulla crescita rispetto a quando prendi misure all‘ultimo minuto”.

“Ovviamente quello che serve per questi paesi che crescono meno è una riforma dell‘economia che permetta loro di assorbire la disoccupazione... lentamente questo sta succedendo” ha detto. “Guardate ad esempio la Spagna: ha adottato un programma di austerità e ha fissato una scadenza per la riforma del mercato del lavoro nonostante la difficile situazione politica”.

EUROPA E USA INSIEME POSSONO FARE PRESSIONI SU CINA PER YUAN

Parlando degli interessi che uniscono Stati Uniti ed Europa, Bini Smaghi ha poi parlato della necessità che le due aree economiche si preoccupino degli squilibri globali, tassi di cambio in primis.

Sulla situazione dello yuan, secondo Bini Smaghi, “Europa e Usa devono collaborare per mettere pressione alla Cina affinchè il tasso cambo del renminbi rifletta le condizioni vere dell‘economia”.

“Se i cinesi continuano ad accumulare riserve in valuta allora lo yuan è sottovalutato” ha aggiunto il banchiere della Bce.

“Il rischio è che, mantenendo il legame valutario con i paesi avanzati, quelli emergenti importino instabilità finanziaria” è scritto nel testo del discorso che sottolineava inoltre come la ripresa stia portando a un nuovo aumento degli squilibri globali.

Secondo Bini Smaghi, “la rigidità del regime monetario cinese sta rallentando l‘aggiustamento della competitività relativa e la ripresa nei paesi avanzati”.

Parlando, invece, della regolamentazione finanziaria, il banchiere centrale da ultimo si è detto preoccupato della possibilità che gli Stati Uniti applichino solo in modo parziale la riforma dei requisiti patrimoniali delle banche denominata Basilea III.

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