RPT-BREAKINGVIEWS-Banca d'Italia ha poco da parlare quando si tratta di bailout

venerdì 3 giugno 2016 14:46
 

(L'autore è un editorialista di Reuters Breakingviews. Le sue opinioni sono espresse a titolo personale)

di Neil Unmack

LONDRA, 3 giugno (Reuters) - La Banca d'Italia può parlare di bailout ma solo fino a un certo punto. Il governatore Ignazio Visco afferma che i governi dovrebbero avere un più ampio margine di manovra per salvare le banche. Una posizione sostenibile, o per lo meno lo sarebbe se venisse da altri.

Le parole di Visco arrivano in un momento difficile per l'Italia. I crediti deteriorati ammontano a oltre 300 miliardi di euro e spaventano sia il mercato che il nuovo supervisore unico europeo. Il fallimento di Banca Marche, Pop Etruria, Carife e Carichieti dell'autunno scorso ha generato il panico. La crisi avrebbe potuto essere meno pesante, secondo Visco, se le regole europee fossero state più flessibili consentendo la creazione di una bad bank di Stato o facendo in modo che le perdite non ricadessero sui creditori.

Le regole europee sono davvero troppo rigide? Visco ha ragione quando dice che gli Stati dovrebbero intervenire nei casi in cui le forze di mercato non ce la fanno, e che il denaro pubblico è necessario per evitare risultati peggiori. L'esempio più ovvio è il 'Troubled Asset Relief Programme' statunitense, al culmine della crisi del 2008, in base al quale le banche furono costrette a prendere fondi pubblici -- in seguito restituiti -- quando il caos del mercato minacciava il collasso. Tuttavia c'è stato un costo: la diffusa sfiducia verso le banche, che pesa ancora oggi sul dibattito politico.

La crisi delle banche italiane appare diversa. Non è la conseguenza del fallimento del mercato. Le banche devono fare i conti con sofferenze che non possono vendere se non a prezzi che richiederebbero altro capitale. Ma questo rispecchia la debole crescita del Paese, le riforme rinviate, e il pessimo sistema fallimentare, con trattative che possono andare avanti diversi anni. I fondi pubblici non avrebbero risolto questo problema, probabilmente ne avrebbero solo ritardato l'iter.

Le regole europee hanno danneggiato gli obbligazionisti retail che avevano investito in titoli subordinati. Tuttavia le autorità di vigilanza italiane erano state ampiamente avvertite: le norme sul cosiddetto bail-in non sono state introdotte da un giorno all'altro. E Bankitalia o Consob avrebbero dovuto fare di più per evitare che risparmiatori poco accorti si trovassero a detenere debito bancario a rischio.

Ci sono pochi casi circoscritti in cui potrebbe essere realmente necessario un bailout. Ma più se ne parlerà più se ne abuserà. E' un tabù che vale la pena di mantenere, e in ogni caso l'Italia è il Paese sbagliato per discutere di maggiore flessibilità.

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