February 21, 2014 / 3:18 PM / 3 years ago

Banche Italia, per cedere crediti deteriorati servono altre svalutazioni

6 IN. DI LETTURA

di Valentina Za e Silvia Aloisi

MILANO, 21 febbraio (Reuters) - Se le banche italiane intendono ridurre in maniera significativa la massa di crediti deteriorati lievitata durante due anni di recessione dovranno svalutarli di almeno altri 20-25 miliardi di euro per incontrare la domanda di mercato, ma questo rischia di creare ulteriori buchi nei bilanci al momento sotto la lente della Banca Centrale Europea e della vigilanza nazionale.

Lo dicono alcuni investitori e specialisti nel settore dei crediti deteriorati.

In dicembre, l'ultimo mese utile per modificare i dati di bilancio poi utilizzati dalla Bce nel suo esame del settore bancario europeo, le sofferenze lorde in Italia hanno registrato il più grande aumento mensile e tendenziale degli ultimi due anni, arrivando a sfiorare quota 156 miliardi.

Banca d'Italia indica le sofferenze nette a un valore di circa 80 miliardi di euro, equivalente a una svalutazione appena inferiore al 50%.

"Il problema al momento è che anche dopo una svalutazione del 50% il valore è ancora troppo alto per il mercato. Mancherebbero altri 20-25 miliardi di svalutazioni", dice Andrea Perin, AD di Finanziaria Internazionale e Securisation Group.

Perin, come numerosi altri addetti ai lavori, spiega che il gap esistente tra prezzo di domanda e offerta sul mercato dei crediti deteriorati frena le cessioni e spinge alla ricerca di soluzioni alternative che consentano di deconsolidare i crediti sulla base di svalutazioni meno aggressive di quelle richieste dagli investitori, specie quelli speculativi.

"Le svalutazioni di sofferenze e crediti deteriorati sono ben lontane da valori di mercato che possano permettere delle compravendite importanti. In media i crediti con sottostante immobiliare possono andare sul mercato al 20-30% del loro valore nominale," osserva Riccardo Serrini, AD di Prelios Credit Servicing, società del gruppo Prelios specializzata nella gestione di crediti non-performing.

"In questa fase continueremo a vedere delle cessioni di crediti non garantiti e di piccoli portafogli di crediti ipotecari. Le banche non fanno le svalutazioni in maniera omogenea: pescando nel portafoglio sofferenze possono creare dei pacchetti adeguatamente svalutati da cedere. Per esempio a fine gennaio abbiamo fatto da adviser su una cessione da 150 milioni di euro per una primaria banca italiana."

Secondo Serrini solo verso fine anno si potrà assistere a operazioni di dimensioni più significative, in cui crediti non-performing vengono ceduti magari insieme ad altri attivi.

Per allora, infatti, l'asset quality review della Bce avrà dispiegato i suoi effetti spingendo alcune banche a ricapitalizzazioni che irrobustiranno la base di capitale e consentiranno di assorbire le perdite da svalutazione.

Secondo Vincenzo Macaione, AD di Primus Partners, società specializzata in non-performing loan, dalle svalutazioni di crediti emergeranno esigenze di capitale aggiuntivo pari a 15-20 miliardi di euro, ben superiori ai circa 8 miliardi necessari tra aumenti annunciati e allo studio nella fase attuale.

"Per le popolari è un problema concreto e immediato - o vendono le sofferenze o trovano un'altra soluzione con qualche tipo di veicolo o 'bad bank' congiunta oppure non saranno in grado di salvarsi", dice Macaione.

"Pensiamo che ci saranno diverse altre ricapitalizzazioni nei prossimi mesi".

Appoggiato da Barclays e Deutsche Bank, Primus Partners sta studiando soluzioni per cartolarizzare e vendere portafogli di sofferenze di Banco Popolare e Veneto Banca e prevede di annunciare due operazioni entro giugno.

Una soluzione di sistema sul modello spagnolo o irlandese al momento appare improbabile e le banche studiano soluzioni alternative.

Se le big Intesa Sanpaolo e UniCredit stanno studiando con il fondo di private equity Usa Kkr due veicoli a cui conferire crediti ristrutturati del valore iniziale di 1 miliardo di euro, secondo quanto riferito da fonti vicine alla situazione, anche banche più piccole considerano dei cosiddetti 'club deal' in cui più istituti creano un veicolo a cui conferire i crediti problematici cercando magari l'apporto di capitale di un soggetto terzo.

Intesa peraltro sta anche lavorando a una 'bad bank' interna per una parte dei suoi crediti problematici, mentre UniCredit ha venduto porzioni di sofferenze a due dei maggiori nomi internazionali del settore, Cerberus e Anacap.

Per le altre una proposta di soluzione potrebbe arrivare da Mediobanca. L'AD Alberto Nagel ha detto questa settimana che nel corso dei prossimi due mesi verrà valutata la fattibilità tecnica di una soluzione da proporre a banche desiderose di cedere asset problematici che assicuri "un prezzo realistico per il deconsolidamento, l'assenza di incroci tra venditori e acquirenti e la disponibilità di accordi e strutture per recuperare il più possibile".

Se la possibilità di deconsolidare le sofferenze e liberare capitale rimane l'obiettivo principe in ogni caso strutture esterne, con partnership con soggetti specializzati, possono assicurare alle banche anche una gestione più efficiente di quella dei desk interni preposti al recupero crediti, la cui mole di lavoro si è impennata a parità di personale.

Date le difficoltà in cui versa il comparto del credito immobiliare, le banche si sono riscoperte carenti di competenze di gestione immobiliare che in questo fase sono invece preziose.

Il sistema delle aste pubbliche tramite cui vengono liquidati gli immobili dati in garanzia da debitori insolventi è infatti particolarmente penalizzante.

Per evitare una massiccia decurtazione del prezzo dell'immobile a seguito di ripetute aste andate deserte le banche si stanno attrezzando per creare delle società esterne con il convolgimento di soggetti specializzati nel real estate che acquistino le proprietà oggetto d'asta per poi valorizzarle e reimmeterle sul mercato.

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