June 5, 2013 / 11:43 AM / 4 years ago

PUNTO 1-Italia rischia motore rotto anche per credit crunch - Squinzi

5 IN. DI LETTURA

* Dal 2007 distrutto 15% potenziale produttivo manifatturiero

* In cinque anni saldo imprese nate-chiuse a -32 mila

* Difficile accesso al credito mette "a rischio imprese sane"

* Italia ha registrato andamento peggiore, ma resta settima (Aggiorna con dettagli e dichiarazioni)

di Antonella Cinelli

ROMA, 5 giugno (Reuters) - Il motore dell'Italia rischia di rompersi, anche per via del credit crunch, ha detto oggi il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi.

"Abbiamo grandi potenzialità su cui puntare... e dobbiamo mettere tutto questo a sistema", ha detto Squinzi alla presentazione di un rapporto del Centro studi Confindustria, spiegando che oltre a competitività e investimenti serve "liquidità per fermare il credit crunch".

"Una volta chiuse, le imprese non aprono più. Il rischio è che quando partirà la ripresa l'Italia non potrà partecipare perché avrà il motore rotto".

Nel rapporto "L'alto prezzo della crisi per l'Italia", il centro studi di Confindustria Csc sottolinea che il credit crunch, con lo stock di prestiti che per l'industria si è ridotto del 10,1% (-26 miliardi) tra 2011 e 2013, "mette a rischio di fallimento anche aziende sane".

I dati che la Bce ha diffuso oggi - alla vigilia di una riunione in cui ci si aspetta che mantenga i tassi invariati allo 0,5% dopo il taglio di maggio - mostrano che i tassi di interesse per le piccole imprese dell'eurozona sono ulteriormente saliti ad aprile, con l'Italia al 4,39%.

Un rapporto di S&P's segnala che la difficoltà di accesso al credito bancario spinge le imprese italiane, anche quelle medie e piccole, a rivolgersi direttamente al mercato finanziario: nel 2012, a fronte di una contrazione del credito bancario di 44 miliardi di euro, hanno infatti emesso 20 miliardi di euro di obbligazioni sui mercati internazionali.

Dal 2007 Bruciati 539 Mila Posti Lavoro

Secondo Csc, dal 2007 nel settore manifatturiero l'Italia, che pure resta la settima potenza mondiale, ha perso circa il 15% della sua capacità produttiva - con punte del 40% negli autoveicoli e cali di almeno un quinto in 14 settori su 22 - e ha visto andare in fumo 539 mila posti di lavoro, sottolinea il rapporto.

Luca Paolazzi, direttore del Csc, spiega che per tornare ai livelli pre-crisi "non basterà un aumento della domanda ma occorrerà ricreare una gran parte della capacità produttiva" andata nel frattempo distrutta.

Tra fine 2007 e fine 2012, il numero di imprese manifatturiere si è contratto di circa l'8,3%, con un saldo di -32 mila unità fra imprese nate e cessate. Nel periodo 2009-2012, le aziende che hanno chiuso i battenti sono quasi 55 mila.

Intervenendo alla presentazione del rapporto l'Ad di Enel, Fulvio Conti, ha precisato che "circa 40 imprese manifatturiere spariscono ogni giorno".

Csc rileva che con la crisi, tra 2007 e 2012, "la caduta di occupati nel manifatturiero ha già raggiunto le 539 mila persone e superato le -490 mila rilevate tra il 1990 e il 1994, e rischia di superare quella registrata tra il 1980 e il 1985 (-724 mila)".

"Puntare Su Manifatturiero Per Tornare a Crescere"

"L'Italia ha un bisogno disperato di tornare a crescere a ritmi sostenuti. Per fare questo dobbiamo puntare sul manifatturiero", ha detto Squinzi, spiegando che "si dimostra, numeri alla mano, che crescono di più i paesi che hanno un peso più avanzato del manifatturiero".

Secondo le stime di Csc, nei Paesi avanzati un aumento di un punto della quota del manifatturiero si associa infatti a un maggior incremento annuo del Pil di 1,5 punti percentuali.

Dal rapporto emerge che l'Italia "ha avuto l'andamento peggiore in termini reali, anche se a prezzi e cambi correnti mantiene ancora la settima posizione nella graduatoria globale dell'output industriale, seconda in Europa alla sola Germania, che vanta però una quota quasi doppia".

Il nostro Paese ha visto allargarsi il gap negativo coi principali concorrenti, e il costo del lavoro ha continuato a salire con il conseguente ampliamento della perdita di competitività. In questa situazione, per difendere le vendite, le aziende hanno sacrificato i margini.

Ma secondo Squinzi l'Italia ce la può comunque fare "perché siamo ancora la seconda potenza industriale europea, la settima al mondo, con oltre il 3% di quota sulla produzione industriale mondiale: un risultato straordinario che dobbiamo difendere a tutti i costi".

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