8 aprile 2013 / 16:34 / tra 4 anni

PUNTO 1-Ue, Grilli vede Rehn: ottimista su uscita da infrazione

* Decreto su debiti Pa necessario e prudente - ministro

* Europa guarda anche a dinamica debito, incertezza politica

* Grilli: regola su debito Fiscal Compact vale solo da 2015

* I partiti temono che a giugno sia necessaria una nuova manovra (Aggiunge dichiarazioni da conferenza stampa Grilli)

di Giuseppe Fonte

ROMA/BRUXELLES, 8 aprile (Reuters) - L‘Italia non vuole cambiare politica economica e rassicura l‘Europa che la liquidazione dei debiti commerciali alle imprese fornitrici della pubblica amministrazione non farà salire deficit e debito pubblico oltre i limiti consentiti.

È questo il messaggio che il ministro dell‘Economia, Vittorio Grilli, ha recapitato oggi al commissario agli Affari economici e monetari Olli Rehn e che sembra essere stato ben accolto dal custode del Patto di stabilità europeo.

“Credo che sia emersa una visione comune che il decreto fosse necessario viste le condizioni di debolezza della nostra economia, e che i meccanismi di salvaguardia non solo sono efficaci ma anche in linea con il mantenere un approccio prudente e disciplinato dal punto dei visia dei conti,” ha detto Grilli al termine dell‘incontro a Bruxelles.

“Dovremmo essere al di fuori [dalla procedura di deficit eccessivo] tra qualche settimana. Il confronto che abbiamo avuto è proprio su questo,” ha detto Grilli.

Stretta tra l‘esigenza di stimolare un‘economia anemica e mantenere saldo il controllo delle finanze pubbliche, l‘Italia ha ottenuto dall‘Europa un via libera condizionato a peggiorare una tantum deficit e debito. Forte di questi margini, il governo vuole pagare alle imprese 40 miliardi di fatture pendenti nei prossimi 12 mesi, cosa che appesantirà il debito-Pil di “2,5-3 punti in questi due anni”, come ha detto Grilli.

L‘operazione serve a far emergere spesa pubblica già fatta, non a fare nuova spesa pubblica. Così va letto Mario Monti quando dice che la politica economica italiana “non cambia rotta” e il governo non riconosce “il fatto che per rianimare l‘economia si debba fare più debito pubblico”.

Il varo del decreto è avvenuto al termine di un processo interno al governo lungo e complesso. Grilli ora gestisce l‘insidioso fronte europeo.

LA GENESI DEL PROBLEMA

Le regole contabili europee consentono di accumulare debiti commerciali senza violare Maastricht.

In anni di continue manovre correttive, le amministrazioni pubbliche hanno fatto dei ritardi nei pagamenti ai fornitori un comodo strumento di indebitamento che ha il vantaggio di non compromettere i saldi di finanza pubblica.

Una direttiva europea ha imposto dal 2013 il pagamento entro 60 giorni ma le amministrazioni pubbliche non riescono a rispettarla, secondo le associazioni di impresa.

Ad oggi non ci sono dati certi sull‘ammontare delle fatture da saldare e lo stesso Grilli ha rimandato a verifiche future. La Banca d‘Italia ha stimato un totale di 90-91 miliardi a fine 2011. L‘Associazione delle banche italiane ritiene che lo stock complessivo sia superiore a 100 miliardi mentre la Cgia di Mestre parla di 130 miliardi. Il governo ha accreditato una cifra di 80 miliardi ma sempre a fine 2011.

Il rimborso dei primi 40 miliardi farà aumentare il debito di altrettanto perché la copertura deriva sostanzialmente da nuove emissioni di titoli di Stato.

“Sono quasi 3 punti di Pil in due anni”, ha quantificato oggi Grilli.

Il deficit dovrebbe salire nel 2013 al 2,9% del Pil a fronte del 2,4% tendenziale (a politiche invariate). L‘obiettivo del 2014 è di un indebitamento pari all‘1,8% del Pil.

Il negoziato avviato oggi con Rehn è fondamentale: l‘Italia, infatti, potrà rimborsare le fatture solo se a maggio uscirà dalla procedura per deficit eccessivo avviata dalla Commissione europea nel 2009.

Le conclusioni del Consiglio europeo di metà marzo sono chiare: possono deviare dal pareggio strutturale di bilancio solo gli Stati membri che sono nel braccio preventivo (non correttivo) del Patto di stabilità.

La chiusura della procedura richiede due requisiti.

Primo: il 22 aprile Eurostat deve confermare che l‘Italia ha chiuso il 2012 con un deficit al 3% del Pil, la soglia massima ammessa da Maastricht.

Secondo: a maggio la Commissione deve indicare un rapporto deficit/Pil inferiore al 3% sia quest‘anno che il prossimo.

I margini sono stretti. I nuovi obiettivi di indebitamento del governo si fondano su un quadro macroeconomico che a molti previsori appare ottimistico: secondo Bankitalia ed Istat, l‘economia italiana potrebbe contrarsi nel 2013 più dell‘1,3% indicato dal ministero dell‘Economia.

Una recessione più acuta del previsto farebbe scendere le entrate fiscali peggiorando i saldi di bilancio.

L‘Italia si riserva comunque una carta da giocare: il decreto contiene una clausola di salvaguardia che autorizza il Tesoro a varare tra settembre e ottobre “correttivi” urgenti se il deficit sale troppo a ridosso del 3%.

L‘INCOGNITA DELLA MANOVRA

Esiste però un‘altra insidia: la Commissione europea guarda anche all‘evoluzione del debito nel valutare la chiusura di una procedura per deficit eccessivo.

Qui l‘Italia è messa male. Nel luglio del 2012, nell‘ambito del semestre europeo, l‘Ecofin ha chiesto al governo di “riportare il rapporto debito/Pil su una traiettoria in discesa entro il 2013” rispetto al 127% toccato nel 2012.

Le raccomandazioni sono vincolanti ma il Pil è in calo e il debito in aumento.

Alla domanda specifica se l‘Italia sia in grado di rispettare l‘impegno preso sul debito Grilli oggi non ha risposto e ha preferito osservare che “per fortuna” la regola più stringente del Fiscal Compact scatta solo dal 2015.

Lo scenario politico italiano, ancora privo di un governo nel pieno dei poteri a 40 giorni dalle elezioni di febbraio, è un altro fattore che peserà nella scelta di Bruxelles.

Lo stesso Grilli oggi ha osservato che la mancanza di chiarezza sulle prospettive future non crea certo ottimismo e fiducia nei cittadini, ed è difficile prevedere un rimbalzo della domanda aggregata in un quandro che non sia più chiaro”.

I partiti lamentano che, con un deficit vicino alla soglia massima europea del 3%, non ci siano margini per finanziare in corso d‘anno il quadro esigenziale, ossia le spese non iscritte a bilancio ma di fatto ineliminabili. Un nutrito elenco di voci in cui spiccano la cassa in deroga (i sindacati chiedono 1 miliardo), le missioni militari all‘estero, la ricostruzione delle zone terremotate in Abruzzo, Emilia-Romagna e Lombardia e la manutenzione di strade e ferrovie.

Ai partiti non piace neppure l‘idea che a luglio scatti l‘aumento di un punto dell‘aliquota ordinaria Iva oggi pari al 21% (l‘impatto sul 2013 è di 4,2 miliardi). Per non parlare dell‘ingorgo fiscale di novembre-dicembre, quando contribuenti e imprese dovranno pagare le rate di Irpef e Ires, il saldo dell‘Imu e la maggiorazione prevista dalla Tares, la nuova tassa sui rifiuti e sui servizi urbani.

Per risolvere questi nodi le ipotesi sono due. Una nuova manovra a invarianza di saldo dopo i tre interventi correttivi del 2011, che dovrebbero pesare quest‘anno 76 miliardi. Oppure un nuovo negoziato con l‘Europa per aumentare ulteriormente il deficit.

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