23 gennaio 2012 / 14:22 / 6 anni fa

Università, 12 anni dopo riforma calano immatricolati -studio

ROMA, 23 gennaio (Reuters) - A oltre 10 anni dalla cosiddetta riforma del “3+2” che ha introdotto in Italia la laurea “breve”, triennale, seguita da un eventuale biennio di specializzazione, si è allargata la base sociale dei laureati ma negli ultimi anni sono calate anche le immatricolazioni.

Lo dice uno studio della Fondazione Agnelli sui “nuovi laureati” che sarà presentata domani a Roma.

Dallo studio - pubblicato da Laterza - risulta che i laureati della “nuova università” trovano lavori più precari e meno pagati rispetto al passato. E l‘Italia resta comunque indietro rispetto ad altri paesi occidentali per il numero di adulti in possesso di una laurea.

PIU’ LAUREATI IN MINOR TEMPO, CRESCE BASE SOCIALE

Nell‘anno accademico 2000-2001 l‘università italiana ha vissuto una piccola rivoluzione che doveva servire ad aumentare il numero dei laureati, favorendo al tempo stesso la crescita economica con maggior investimenti in “capitale umano”.

L‘aumento dei laureati c’è stato, dicono i dati del ministero dell‘Istruzione elaborati dai ricercatori della Fondazione Agnelli. Se nel 2000 si contavano 161mila laureati, nel 2010 erano diventati 208mila.

Sono calate le mancate iscrizioni tra primo e secondo anno di università, ed è diminuito anche il numero di quegli studenti che risultano iscritti ma non fanno esami. E ci si laurea più in fretta: Rispetto ai 28,4 anni di media di un laureato nel 2000, nel 2009 la media è scesa a 27,3 anni per chi ha fatto anche il biennio.

Nei corsi di primo livello si è allargata poi la cosiddetta “base sociale”: i laureati, cioè, provengono per tre quarti da famiglie i cui genitori non hanno un titolo universitario (anche se poi nei corsi biennali di specializzazione, i cosiddetti “magistrali”, la provenienza familiare conta ancora fortemente).

PIU’ PRECARI

Ma se un laureato nel 2010 aveva meno possibilità di restare disoccupato rispetto a chi ha la licenza media o il diploma, il vantaggio salariale per il momento non è altrettanto significativo, e soprattutto, rispetto ai “vecchi laureati”, è aumentata la precarietà, dice lo studio.

“L‘aumento dell‘offerta di laureati ha determinato una flessione del premio salariale rispetto ai diplomati, almeno nei primi anni di carriera”, dice lo studio, che però aggiunge: “Ma è possibile che la laurea comporti una migliore dinamica salariale negli anni successivi”.

Ci sono comunque “pochi indizi che il maggior capitale umano abbia condotto a una maggiore produttività delle imprese”.

E intanto l‘obiettivo principale della riforma “3+2”, quello cioè di aumentare il numero dei laureati, rischia di essere compromesso. “Dopo un forte aumento iniziale, le immatricolazioni stanno calando in relazione alla popolazione 19enne”, sintetizza la presentazione dello studio.

MENO “MATRICOLE” NEGLI ULTIMI ANNI

Se nell‘anno accademico 199-2000 il 45% dei diplomati si iscrivevano all‘università, nel 2010 erano solo il 47%, dopo aver raggiunto il picco del 56% a metà degli anni 2000.

Per i ricercatori la riduzione delle immatricolazioni - che riguarda anche i 18enni come i giovani con più di 20 anni - è determinata da diversi fattori. Si va dall‘esaurimento degli effetti una tantum, come il passaggio dal vecchio ordinamento universitario, all‘aumento delle tasse, e dalla crisi economica al timore di scarse soddisfazioni, in fondo, sul mercato del lavoro.

Mentre cala il numero delle “matricole”, però aumenta in termini relativi il numero dei docenti, gli atenei continuano a non specializzarsi (tutti, praticamente, offrono corsi di giurisprudenza, economia, lettere, scienze politiche...) e in molte università la maggioranza degli studenti dopo il triennio continuano a studiare. Spesso perché per alcune materie porseguire è quasi obbligatorio, dice la Fondazione. Come dire che si tratta di “falsi” 3+2.

I ricercatori non si limitano però a vagliare ”le luci e le ombre della riforma (a cui dal 2011 si è aggiunta poi la cosiddetta Gelmini, i cui effetti però non è ancora possibile analizzare). Avanzano anche delle proposte, ricordando che resta l‘obiettivo fondamentale, quello di portare - dall‘attuale 19% - almeno al 40% la percentuale di laureati sulla popolazione “giovane” entro il 2020.

Per la Fondazione, dunque, occorre ampliare l‘autonomia degli atenei nella scelta dei corsi di laurea e anche dei criteri d‘ammissione, con finanziamenti in quota capitale diversi da disciplina a disciplina. E al tempo stesso, bisogna consentire solo ad alcune università - sulla base della qualità di ricerca - di poter attivare corsi di secondo livello finanziati dallo Stato, con il numero chiuso per l‘ammissione degli studenti.

(Massimiliano Di Giorgio)

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