14 maggio 2008 / 10:43 / 9 anni fa

Derivati, banche possono diventare azionisti impliciti enti-Isae

ROMA, 14 maggio (Reuters) - L‘uso eccessivo di strumenti derivati può consentire alle banche di influenzare le scelte degli enti locali limitando la loro autonomia politica.

Lo scrive l‘Isae nel rapporto “Finanza pubblica e istituzioni” presentato oggi.

“Le istituzioni finanziarie, in altri termini, si troverebbero in posizioni di azionisti impliciti degli enti locali, de facto con potere di influenzarne le scelte (di fronte ai gruppi bancari, soprattutto i piccoli Comuni hanno peso contrattuale minimo)”, scrive l‘Isae nella sezione del rapporto dedicata ai derivati.

L‘istituto di ricerca sottolinea che gli enti locali spesso non hanno strumenti e conoscenze adeguati per comprendere questi contratti finanziari “e nel valutarli tendono a trascurare gli effetti di lungo periodo”.

“Sono inoltre diversi i rischi di una gestione finanziaria degli enti locali che ecceda nella leva dei derivati e dei contratti finanziari complessi con le banche”.

L‘Isae si riferisce soprattutto agli Interest rate swap, i contratti finanziari più utilizzati dagli enti e che servono per gestire i rischi legati all‘emissione di titoli a tasso variabile.

Un Irs è in sostanza un contratto nel quale una controparte paga un tasso fisso e riceve dall‘altra un tasso variabile. I flussi di cassa vengono scambiati a determinate scadenze e sono calcolati su un capitale di riferimento definito “nozionale”.

CRESICTA DERIVATI PIU’ SPICCATA PER COMUNI

Al 31 marzo 2008, secondo i dati forniti dal Tesoro e pubblicati nel rapporto, i contratti stipulati da 559 enti locali -- tra comuni, province e regioni -- indicano un valore nozionale pari a 35,27 miliardi.

Dal monitoraggio condotto negli uffici di Via XX Settembre emerge che “i comuni risultano le amministrazioni maggiormente coinvolte con una crescita sostenuta e significativa soprattutto negli ultimi anni”, dice l‘Isae.

La difficoltà nella gestione di questi contratti, sottolinea l‘istituto, è che “i vantaggi nell‘accensione di uno swap risultano immediati, mentre l‘operazione complessiva può essere valutata definitivamente solo alla conclusione di tutte le regolazioni”.

“Ad esempio, alla forma dello swap base plain vanilla si sono spesso sommate una serie di clausole contrattuali che hanno ridotto la trasparenza dell‘operazione”, dice l‘Isae.

Un problema che si presenta soprattutto quando i contratti vengono rinegoziati: “tali operazioni, infatti, hanno comportato, in genere, un aumento della complessità degli strumenti, spesso con condizioni complesse, i cui effetti futuri sono difficilmente quantificabili”.

In alcuni casi, infatti, i contratti hanno una struttura “collar”, nella quale una delle due controparti paga il tasso variabile solo se rimane entro un determinato “corridoio”, definito da un tetto (cap) e da un valore minimo (cosiddetto floor).

“Una volta sottoscritto il contratto, è inoltre elevato il rischio che, negli anni successivi, l‘ente possa veder scattare clausole avverse che lo costringano ad entrare in una sequenza di ricontrattazioni e aggiustamenti con controparte le banche”, dice l‘Isae.

“Ne potrebbe scaturire il consolidarsi di legami debitori degli enti locali verso le banche e il sistema finanziario, destinati a durare per tempi lunghi e a incidere inevitabilmente (e indebitamente) sulla sfera dell‘autonomia politica”, aggiunge l‘Istituto di analisi economica.

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